Don't make me think
Da un principio base dell'usabilità fino ad arrivare alla compilazione automatica: la tecnologia si sta mangiando il nostro modo di esprimerci. Resistere, scrivendo da soli, è Pura Rivoluzione.
Giorni fa, mentre riproponevo qui su Substack una nota tratta da uno dei miei primi scritti (praticamente un anno fa) in questo splendido ambiente virtuale (ma pieno di realtà), mi sono messa a fare una sorta di miscuglio - come fosse un cocktail - di un sacco di pensieri. Partendo da Delia che cambia una parola fondamentale in Bella Ciao, minimizzando la cosa, per arrivare a quando detto i messaggi all’assistente vocale del mio telefono mentre guido, sono giunta all’insorabile conclusione che la tecnologia si stia cibando della nostra lingua, del nostro modo di pensare. Di conseguenza, usare la testa è - a maggior ragione e nuovamente - un atto di Resistenza e di Pura Rivoluzione.
Capirai, Giovy. Che novità!
Lo so: non sono la prima e né sarò l’ultima a parlare di questo argomento, tanto che esistono già fior fiore di studi di gente seria a riguardo. In questi studi, tipo quello del MIT (che si può leggere perché è ad accesso libero), si afferma che i suggerimenti dati da sistemi di compilazione automatica (messaggi, email, documenti poco importa) riescono a plasmare ciò che diciamo e come lo diciamo.
Tempo fa, per esempio, stavo rispondendo a un messaggio di una mia amica su WhatsApp. Volevo usare una parola poco comune (mancuniana) ma il sistema dietro quell’app me ne suggeriva un altro, più italiano e comunque complicato (manzoniana). Mi sono messa a ridere, ma amaramente: mi sono detta che, se avessi dato retta al sistema automatico, la frase sarebbe risultata totalmente diversa. Da quel momento, ho iniziato a fare maggiormente caso a ciò che il mio telefono e il mio computer mi suggerivano e ho deciso di ribellarmi: non avrei accettato i suggerimenti ma, nel caso, avrei cercato io un sinonimo appropriato per dire ciò che, per davvero, la mia testa voleva esprimere.
Ne è risultato qualcosa di divertente e sfidante allo stesso tempo: ho messo la mia mente su una sorta di ring e l’ho costretta a ragionare per trovare cose che già sapeva e che, come quella maglietta che non ricordiamo di avere e che è sepolta in fondo all’armadio, vanno usate perché ci piacciono, perché le conosciamo e perché lo vogliamo fare.
Tempo fa, lessi un articolo che parlava dell’impoverimento linguistico. Anzi, ne ho letti molti e in rete se ne trovano di davvero autorevoli (come quello della Professoressa Giovanna Cosenza). La lingua è un essere vivo, come il lievito madre. Esattamente come quest’ultimo va accudita, nutrita, usata, rinfrescata. L’arrivo di nuovi termini è normale, oltre che essere auspicabile. Un cambio di lessico è naturale. Ciò che, invece, fa paura è la perdita di quello che, in teoria, dovrebbe traslarsi da uso quotidiano a uso arcaico e divenire, così, eredità.
Ciò che spaventa - almeno me - è quanto segue:
Pensiamo sempre meno perché c’è qualcosa che compila per noi i messaggi, le mail, i nostri scritti.
Perdiamo parole per strada e ne comprendiamo sempre meno il senso. Ed ecco che “partigiano” diventa “essere umano”, pensando di compiere un atto in favore dell’inclusività.
Soppesiamo sempre meno l’intensità del linguaggio che usiamo. Le parole, come diceva qualcuno, sono importanti e posso ferire o curare. Esattamente come un farmaco. Pharmakon, in greco antico φαρμακός, è una parola che identifica sia il rimedio che il veleno. Le parole hanno esattamente questo potere.
A cosa ci porta tutto questo? A impoverire il modo in cui sentiamo le parole in noi e, di conseguenza, non sappiamo più definire cosa proviamo. Si usano parole legate ai sentimenti, agli stati d’animo e alle emozioni senza che esse abbiano la loro naturale consistenza e peso.
Avete mai notato quanto imperversino sui social i contenuti del tipo “Tu dici ti amo ma Dante diceva…”? Ok che stiamo parlando del Sommo Poeta ma com’è che un tempo le emozioni e i sentimenti venivano raccontati in mille modi diversi e ora no?
A tal proposito, cito un pezzo dallo scritto della Professoressa Cosenza di cui parlavo prima.
[…]D’altra parte, quali e quante sono le parole che la comunicazione di massa usa per parlare di emozioni? Poche, pochissime, sempre meno. La più usata è “passione”. In pubblicità, per esempio, da Campari “Red Passion” a “la passione si sente!” di Radio 24, è tutto un gran parlare di passione. Ma è plausibile che si provi lo stesso sentimento per una radio che tratta di economia e finanza e per un drink? Certo che no, ma la parola è sempre la stessa e a furia di usarla, si svuota. Come quando i bambini giocano a ripetere velocemente una parola ad alta voce, fino a farle perdere significato e non riconoscerla più.
A furia di usarla, si svuota.
Continuo a ripetere nella mia testa quella frase.
Un po’ come quando, da piccoli, ci dicevano di trattare bene qualcosa che ci avevano appena regalato oppure quando ci dicono di non vestirci sempre con la stessa maglia perché, altrimenti, si “frusta” (così avrebbe detto mia nonna veneta").
Siamo, quindi, arrivati a frustare parole come letteralmente (usato a sproposito senza che abbia il suo proprio significato), oppure Amore, ridotto ad Amo per chiamare la qualunque e chiunque.
Giorni fa, mentre ero in auto, mi sono sentita felice di poter inviare messaggi mentre guidavo, senza staccare le mani dal volante o senza distrarmi. Così dev’essere, mi sono detta. Sorridevo finché l’assistente vocale del mio telefono mi ha detto “se vuoi posso riassumere il messaggio per te”, facendo riferimento al fatto di leggere un messaggio che mi era appena arrivato su WhatsApp.
Stavo quasi per dirle “Sì”. Poi, fiera, ho detto a voce ferma “no, grazie”.
Mi sta bene - e ti ringrazio - se tu esegui delle azioni per me, cosicché io possa guidare senza distrazioni. Mi sta bene che tu possa mettere una canzone che mi viene in mente viaggiando, senza che io stia lì a pincionare sulla radio. Mi sta bene che tu sappia darmi informazioni sulla strada da fare. A questo servi tu, tecnologia.
Al sentire - soprattutto il mio sentire - e all’esprimersi - soprattutto il mio esprimermi personale - ci p.enso io A costo di sbagliare mille parole e continuare a scrivere e riscrivere lo stesso messaggio mille volte. Perché ciò che riguarda il mio sentire è frutto di un viaggio su quell’autostrada che unisce il mio cuore alla mia mente.
Ci avete mai fatto caso che, fin troppo spesso, le parole nei messaggi vengono cambiate automaticamente, costringendoci (se ce ne accorgiamo) a riscriverle per usare quelle che vogliamo noi? Il sistema sceglie per l’umano.
Il sistema semplifica. Il sistema standardizza. Il sistema pensa per la massa.
Questo, a casa mia, si chiama Newspeak.
Meditate, gente: resistere al Newspeak è Pura Rivoluzione.
Usare la tecnologia a nostro vantaggio è Pura Rivoluzione.
Dominarla e non essere dominati è Pura Rivoluzione.
La domanda è una sola: ci riusciremo?




Cara Giovy mi hai fatto tornare in mente questa frase "I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo" e che sia così non ci piove! Bellissimo e interessantissimo articolo. PS sul wa ho disattivato da tempo il correttore automatico perché mi faceva diventare pazza! :-) Un abbraccio
L'impigrimento della mente dato da tutti gli aiuti tecnologici vari è la cosa che più mi fa paura riguardo l'uso dell'AI attuale. Hai ragione, resistere è rivoluzione!